Storie a Strisce – Barrišnikov & il Cabaret Léger

Riflessi di realtà apparente. Claudia e il suo doppio 

«naître du matériau […] se nourrir des inscriptions, des tracés instinctifs.»              (nascere dal materiale […] nutrirsi delle iscrizioni, delle disposizioni istintive)                 (Jean Dubuffet)

Confesso. Il primo approccio all’arte di Claudia è stato da storico dell’arte consapevole della periodicità del fare artistico, delle influenze alle quali siamo soggetti: visioni, pensieri che si materializzano come fantasmi nelle tenebre, suoni ancestrali che percorrono le nostre fibre sensoriali, lasciando tracce esterne emblematiche sulla tela, nel pensiero, nei nostri comportamenti quindi nel ricordo.

Tutto questo rappresenta la storia con la “s” minuscola, quella, per intenderci, che tutti noi quotidianamente viviamo o subiamo in modo consapevole o inconsapevole, secondo i casi. In Claudia il confine tra l’essere artista, personaggio, maschera ambigua della quotidianità borghese è assai tenue. Claudia è tout court quello che rappresenta sulla tela: essere dai mille volti che vive di rappresentazioni affabulanti alle quali infonde vita con i colori da urlo espressionista. Scrive, dipingendo in forma diaristica. Le sue immagini sembrano possedere il dono della parola. “le Storie a Strisce” si configurano al contempo come scrittura profetica, prassi psicanalitica, pittura a sonorità polifonica. Quello che avveniva, con modalità mediatiche diverse, nei cantastorie o nei “griot” di africana memoria, negli sciamani delle culture altre; tutti, in ugual misura, depositari della memoria storica, cantori della vita e della morte: custodi del passato che ritorna ciclicamente nelle vesti dei fantasmi della coscienza. Le parole e le immagini, elementi simbolici della religiosità secolare, si dipanano per poi sedimentare al sicuro nella culla dell’immaginario collettivo. Esse trasmutano, divenendo microstoria e attualità militante.

Gli influssi nella parabola artistica di Claudia – regista e generatrice del teatrino dell’assurdo dove si muovono Barrišnikov, Il Rabdomante, Jonas il menestrello, e tanti altri – sono diversi: dalla letteratura onirica al cinema, dalla leggenda metropolitana gridata e graffiata dai writers alla nota estenuante del rap sub-urbano. La sua è una visione allegorica e disincantata di una infanzia edenica, vissuta nella dimensione mitico fiabesca che ben si presta alla “pièce” teatrale (il rito assolutorio, la catarsi per eccellenza). Il tutto filtrato e dosato dall’esercizio dell’autoironia, sferzante e inesorabile, in grado di offrirci una chiave di lettura attraverso gli infingimenti del sogno, nell’inquietudine parossistica del dovere essere quello che realmente non si è, o non si potrà mai essere. Piangere e rimpiangere. Ridere, svelarsi e celarsi, correre ed essere rincorsi…. All’infinitooooo ……..!!!!!!

Ad maiora ! Claudia.

Vorrei chiosare queste brevi note da storico dell’arte pedante, proclive al consiglio bibliografico, citando un libro scritto da Corrado Ricci, illustre archeologo e storico dell’arte, L’Arte dei Bambini, pubblicato nel lontano 1887: libriccino di fine Ottocento, quanto mai attuale e profetico, lo sarà anche per Claudia. Esso ci aiuta a capire meglio

l’evoluzione dei processi artistici che seguirono al Novecentismo, a ricordarci quanta infanzia sopravvive e si agita nell’adulto: artista inconsapevole, attore tragicomico del suo doppio. Buona lettura.

Roberto Cristini

Barrišnikov & il Cabaret Léger

Le Storie si rincorrono felici nell’universo: infinito nell’infinito; giocano e danzano le une con le altre mentre pochi temerari cercano di imbrigliarle: poveri! Puntualmente trascinati nel loro misterioso e fantastico mondo rimangono impigliati tra la musica e la luce!

In realtà, si è sentito dire che esse concedano il tempo di una nota o il tocco di un pennello…. Si, proprio così, ma a chi? Ai sorridenti dalle nobili intenzioni, che chiedano però… per favore!.

Ed ecco la sequenza di tante piccole note o di gouache creare il racconto, una piccola striscia dell’immensa Storia dove i personaggi a malapena entrano: il dado è tratto e il racconto si manifesta sulla terra , la striscia volge lo sguardo verso di loro, le Storie, proprio lassù, dove giocano a nascondino con le stelle.

Barrišnikov & il Cabaret Léger - Olio su carta - 60 x 250 cm

Barrišnikov & il Cabaret Léger – Olio su carta – 60 x 250 cm

Tutto era pronto per l’audizione e Barrišnikov si presentò con uno dei suoi più autorevoli e solenni barriti: era giusto che il direttore del Cabaret Léger facesse la sua entrata!

In gioco era il futuro del Cabaret Léger, ma questo futuro in fondo riguardava anche quello delle Arti dello spettacolo: tutti lo sapevano, perfino i musicanti di Brema, ma quella è un’altra storia…..

Con chi doveva sostenere l’audizione Barrišnikov e il suo Cabaret Léger?

Con il più Grande di tutti i grandi che avrebbe dovuto dare l’ok per una scrittura: l’“Orecchio di Van Gogh”!

L’“Orecchio di Van Gogh” era stato un semplice orecchio di pittore ed era contento, poteva perfino apparire nei suoi autoritratti; ma quando in un momento di smarrimento l’artista se lo staccò dal viso, l’“Orecchio di Van Gogh” già non si sentiva più utile e, sebbene fosse un po’ dispiaciuto (era affiatatissimo col naso, la bocca e gli occhi!), decise di realizzare la sua più profonda aspirazione: fare l’impresario. Non il merchant perché era molto più dotato per le audizioni; infatti in men che non si dica divenne il più Grande dei grandi. Aveva un fiuto o meglio, un intuito speciale per scoprire i talenti e il suo beneplacito avrebbe assicurato il futuro di chiunque influenzando il giudizio di tutti gli altri impresari che sarebbero stati disposti ad aprire le porte dei loro teatri.

L’“Orecchio di Van Gogh” era un semplice, nessuno conosceva il suo nome (anche se si è sentito dire che nell’intimità alcune orecchie lo chiamassero Oreste!) e, nonostante ormai avesse una posizione di tutto rispetto, non amava essere chiamato Eccellenza o Signoria Illustrissima, riteneva queste etichette futili, anzi preferiva essere chiamato proprio “Orecchio di Van Gogh” in segno di rispetto per l’artista e per le sue origini.

Ora, Barrišnikov, sebbene emozionato (non era di sangue freddo!), aveva molta fiducia nel giudizio dell’“Orecchio di Van Gogh”: se Il più Grande dei grandi era veramente intelligente e poderoso, come tutti sostenevano, avrebbe certamente compreso il senso del Cabaret Léger: trattare attraverso l’Arte dello spettacolo cose importanti, ma con leggerezza.

Del resto, non ci scordiamo che Barrišnikov altri non era che Surus l’elefante personale di Annibale che dopo aver attraversato le Alpi e aver aiutato a vincere numerose battaglie chiese al condottiero di rimanere in Italia, perché il suo più intimo desiderio era il Tip-tap e non la guerra!

Annibale, grato a Surus, diede la sua benedizione e preoccupato dell’attacco dei romani a Cartagine, corse via in Africa. Per fare prima, s’imbarcò clandestinamente proprio in una delle navi nemiche che facevano rotta verso la rigogliosa Cartagine (ma questa è un’altra storia).

Surus, cominciò a studiare il Tip-tap ma all’inizio alcuni professori e qualche alunno sbruffone, lo deridevano; non capiva, poi pensò che forse era per la sua mole e disse tra se “sono grande e per questo sembro grasso” troppo grasso per il Tip-tap! Non per niente si dice “sembri grasso come un elefante”.

Che sciocchezze! Surus al suo primo saggio risultava già il più talentuoso della classe e la prima volta che calcò la scena, per dare forza alla sua entrata, diede un barrito come per dire “sono quello che sono e se voglio riesco”: ottenne un successone! Il suo impresario gli fece i complimenti e gli suggerì di trovare un nome d’arte. Surus incontenibile per la gioia scelse il nome di Barrišnikov proprio in memoria di quel barrito che aveva anticipato il suo successo.

Ora chi meglio di un gigantesco elefante famoso ballerino di Tip-tap può dimostrare che si possono affrontare grandi argomenti con un’armoniosa leggerezza?!

Barrišnikov dopo trilioni di barriti, e dopo aver calcato i più grandi teatri del mondo, stanco di essere una star del Tip-tap, fece tesoro dell’esperienza accumulata e creò il Cabaret Léger, chiamando a se gli artisti speciali incontrati nella sua carriera.

Aderirono con entusiasmo quattro virtuosi estrosi: Carolina la capretta di Chagall, che a forza di essere dipinta per aria ormai voleva volare autonomamente e sopra ogni cosa (è proprio il caso di dirlo!) desiderava andare in tournée.

Tarlatan, la tartaruga spaziale (anche se originaria del Borgo di Giallonardo!) viaggiatrice delle galassie, poliglotta ed esperta nella comunicazione extraterreste.

Tarlatan ipnotizzava e il suo spettacolo era un vero e proprio spasso: vestiva con il suo casco spaziale e, nonostante conoscesse tutti i linguaggi e tutti i dialetti delle galassie, sulla terra balbettava ma così graziosamente che risultava assai divertente.

Scelto un volontario gli poneva la stessa domanda due volte, prima e dopo l’ipnosi perché quest’ultima induceva a dire tutta, ma proprio tutta la verità! Gli spettatori assistevano quindi a due risposte dell’intervistato una con tutte le sue riserve e l’altra (sotto ipnosi) profondamente autentica. Dopo lo spettacolo, il volontario si sentiva molto sollevato: aveva avuto la possibilità di dire veramente ciò che pensava!

Poi, c’era Chantal, che non gradiva essere indicata come la sorella gemella della famosa “Vache au nez subtil” di Dubuffet; ma diciamola tutta: proprio non digeriva i discorsi dell’artista sul ruolo della sorella nell’Art Brut e preferiva essere chiamata Chéri Chantal o Chantal Chéri. Chantal era nata étoile con quelle sue movenze eleganti e quel naso così sottile: per averlo come lei, le altre, dormivano una vita con una molletta dei panni sul naso!

Chantal aveva voglia di cambiare e preferiva tentare come soubrette del Cabaret Léger: in fondo era più divertente e poi, anche se conservava una linea invidiabile, dentro le sue scarpette da ballo proprio non ci stava più. Non voleva fare la fine di Scarpette rosse! (ma quella è un’altra storia).

Per ultimo: Libero, che si era stancato di dover sempre chiarire chi fosse, certo era difficile riconoscerlo: figlio di un lupo e di un’orsetta lavatrice!

Uffaaa questi luoghi comuni! È avvilente dover dare sempre le solite spiegazioni: il padre era un lupo, ma non di quelli cattivi e l’orsetta lavatrice, sua madre, era una femminista della prima ora!

Beh, non somigliava a nessuno perché la mamma e il papà venivano da popoli differenti: e alloraaaaa?!.

Alla fine era diventato schivo e, già timido, per non farsi notare si nascondeva dietro Chantal, che ogni tanto con la sua coda gli dava qualche buffetto di incoraggiamento. A coloro che con faccia tosta domandavano, egli semplicemente rispondeva col suo nome: Libero! Chantal completava la risposta sottolineando il mestiere di Libero: pensatore. Libero era il braccio destro di Barrišnikov, che con lui si consigliava per la sua calma e la sua lucidità. Libero era in grado non solo di far pulizia nel pensiero (dote che aveva ereditato dalla mamma), ma univa a questa qualità la velocità e l’acutezza del lupo (dote che aveva ereditato dal papà). Insomma eccoli là Barrišnikov, Carolina, Tarlatan, Chantal e Libero in questa audizione assieme in un bel coro: in fondo tutti loro erano il Cabaret Léger, al di là della parte di ciascuno!

Fine