La ballata di Cuor Contento

Cuor contento_Tecnica mista su tavola_ cma 60 x 85

Cuor Contento _ Tecnica mista su tavola _ cm 60 x 85

 

Cuor contento

è sempre attento

ed allegro saltellando

va regalando

ai gentil visi

tanti sorrisi

sian essi di umani, di animali o di marziani improvvisi

solo la storia ce lo dirà!

Ed anche se mamma e papà

un po’ corrucciati stan separati

cuor contento sa

che sempre sta

nel cuore di mamma e papà

Tra parenti ed amici

non fa capricci o bisticci

per giochetti o scherzetti.

Luminoso a testa alta sempre va

e per la sua gioia contagiosa 

riceverà tanta serenità

anche da mamma e papà

che alla fine sorrider vedrà.

Storie a Strisce – Il Rabdomante, la Primavera, l’Alberuomo e Giulietta

Bellocchi_invito_light (1)

“Storie a strisce”: o del “Canto per identità mutanti”

“Io volevo che la vita si espandesse dal centro della terra, si propagasse alle sfere concentriche che la compongono, circolasse tra i metalli fluidi e compatti. Questo era il sogno di Plutone. Solo così sarebbe diventata un enorme organismo vivente, la Terra, solo così si sarebbe evitata quella condizione di precario esilio cui la vita ha dovuto ridursi”. (Italo Calvino, L’altra Euridice, Il cielo di pietra, in La memoria del mondo ed altre cosmicomiche, 1975).

…”Ma per Euridice, attratta come sempre dal raro e dall’inconsulto,…c’era l’impazienza di appropriarsi di qualcosa d’unico, buono o cattivo che fosse…” (cit.). Può partire da qui, da questa calviniana identità capovolta, assunta quale identità speculare e mutante dell’artista, l’immersione nella dimensione polimorfa del racconto fantastico di visionari enigmi e di sogni desideranti evocata per immagini, parole e suoni nelle “Storie a strisce” di Claudia Bellocchi, di cui la sequenza messa in scena e attuata nelle modalità dell’arte di strada, con le figure simboliche de “Il Rabdomante, la Primavera, l’Alberuomo e Giulietta” e di “Jonas il menestrello”, costituisce l’incipit.

Dissimulata la propria identità sotto l’apparente leggerezza dei cantafavole, Claudia Bellocchi  – alla maniera onirica del Sogno di una notte di mezz’estate, o assimilando la lezione della trasfigurazione visionaria nel fantastico di Julio Cortazar attiva un meccanismo in cui la ricerca dell’identità desiderata – e di un’identità sempre diversa da quella avuta in sorte, per destino o appartenenza, biologico o sociale – costituisce la sostanza della narrazione di ogni vita di donne e uomini o anche di favolistici animali.

E, come in ogni narrazione, la cui essenza sia, fondamentalmente, una figurale quête, quello che viene agito è un oscuro ma al tempo stesso impaziente sentimento di inadeguatezza, di manchevolezza del sé a sé, in quel precario esilio che sospinge al viaggio e alla prova, per attingere ciascuno, il proprio raro e unico “objet”: la consapevolezza dell’identità latente ed inconsapevole.

Muovendo tra Calvino e Chagall, il personale viaggio dell’artista Claudia Bellocchi dentro la ricerca dell’identità ha l’incipit in Argentina – rivelazione a sé della natura libera ed autentica dell’interiore inquietudine espressiva e poi fondamento del composito universo narrativo e visivoe nella scoperta della temperie artistica della Nueva Figuraciòn dei pittori del BarbarO, Noé, Deira, Macciò, De la Vega, di cui l’artista stessa scrive (2010) che “mi diedero il coraggio di essere quale sono”, in quanto “tutto si muove attraverso uno strano sincronismo che, se sappiamo riconoscere, ci dà una sicurezza nell’incertezza totale della vita”, da cui procede il filo di una ricerca che l’ha portata ad una visione olistica della realtà e dell’animo umano e ad un percorso espressivo – tra immagine e scrittura – sintesi della dimensione reale e di quella metafisica.

In questo senso, è nel divertissement Barrišnikov e il Cabaret Léger”, sorta di avanguardistico fabliau alla Jarry – che prosegue le narrazioni delle “Storie a strisce” –  la più esplicita dichiarazione di poetica di Claudia Bellocchi: “trattare attraverso l’Arte dello spettacolo cose importanti, ma con leggerezza. ….dimostrare che si possono affrontare grandi argomenti con un’armoniosa leggerezza”. 

 Anna Cochetti

Jonas il menestrello (corpo) - olio su tela di lino - cm 134 x 74

Jonas il menestrello (corpo) – olio su tela di lino – cm 134 x 74

Jonas il menestrello - (piedi) - olio su tela di lino - cm 48 x 74

Jonas il menestrello – (piedi) – olio su tela di lino – cm 48 x 74

  in mostre:

Nel rutilar di colori, sonar di piatti, cipria e sorrisi, scorre la favola di strada che tende il filo d’una allegria stridente dietro cui s’ammanta travestito da irridente clown il buio e la pena di tutti noi, poveri Pollicini sperduti nel bosco oscuro e crudele.
Perché crudele è sempre la favola, da la Fontaine a Perrault, storie terribili fatte per terrorizzare bimbi impauriti.
Ma le favole son per noi, uomini e donne che traversammo la vita, e ci perdemmo, per noi smarriti che ridiamo incantati alle trombette e alle maschere degli artisti girovaghi, e pur dietro il riso ci scuote il brivido d’un buio Caos, il nero mantello dell’Orco e della Strega. Ai bimbi stupiti diamo lo zucchero filato e la mano che stringe rassicurante la loro piccola paura che crede ancora nei miracoli e negli scoiattoli parlanti. Per noi, intrappolati nel luna—park dei ciuchini piangenti, resta la scappatoia del festoso inganno, del complice ammiccare del saltimbanco mentre ridendo ci trasporta in bilico sul filo dell’Abisso: “…È un gioco di prestigio il trapassare che non fallisce mai!..”— Così Claudia Bellocchi, maestra di giochi e di tranelli, ci illustra la favola,: “…Siore e siori!!.” le Storie a strisce dei curiosi personaggi che buffi straparlano di oscuri enigmi, e ci inseguono per strada, dove ancora rimbomba da lontano il loro tamburo come inquietante rintocco. Lasciateci dunque svegliare dai cattivi sogni… O è nel giorno che ci aspetta l’illusione del vero sogno?

 

Video promo della performance

 

Il Rabdomante, la Primavera, l’Alberuomo e Giulietta.

Storie a Strisce, nastri colorati che inseguono i raggi di luna piena, ornamento della vita. Racconti, piccoli lucernai di voci sottili che intonano rondeau, dove cantori girovaghi rubano inconsapevoli scintille come lucciole. Saltimbanchi di notti buie dove l’occhio addormentato ride a ciò che pensa di vedere: un semplice giullare, un burlone che stilla oro e argento dai campi dove l’aria è pregna, ed effimera, dialoga col cielo.

Il Rabdomante, la Primavera, l’Alberuomo e Giulietta - olio su carta fodera - cm 56 x 231

Il Rabdomante, la Primavera, l’Alberuomo e Giulietta – olio su carta fodera – cm 56 x 231

«Orsù» pronunciò il Rabdomante nel tentativo di pescare. Come far emergere dall’acqua i pesci del fiume incantato? Che in fondo, sì era incantato, ma non sembrava neppure un fiume, un rivolo, un mare… no non si sa! Era certo che conteneva pesci, perché solo al suo «orsù», cominciarono a guizzare sbucando fuori uno dietro all’altro come se, tra loro, si volessero mangiare.

Il Rabdomante si sentì molto felice, anche se non proprio a suo agio in quegli abiti.

Alla sua nascita fu tessuto un ordito fatato, per ricordargli costantemente il suo destino da guerriero. Si divertiva, sì, nelle giostre a far finta di infilzare, ma quest’armatura che lo accompagnava proprio, non gli andava.

Riuscì dunque a togliersi una per una le piastre metalliche, ma si accorse che senza di esse, sebbene più leggero era tanto, tanto fragile. Alla fine optò per tenersi elmo e maglia ma al posto delle scarpe d’armi, alti stivali che se non eran del Gatto, certo potevano somigliare a quelli di un pescatore.

Il Rabdomante non fece caso al mistero del fiume.

Pur non essendo un vero corso d’acqua, presentava gorghi sospetti e ripiegature di quella strana coperta d’erba, nella quale si avvolgeva la Primavera in languida attesa della sua completa metamorfosi. E’ risaputo, infatti, che la Primavera non era altro che la Grande Sirena di tutte le acque, che per udir polmoni umani e non branchie, aveva rinunciato al canto per le danze e dunque aspettava che gli crescessero le gambe.

Mentre gioconda giaceva mutante, ricoperta d’erba e d’alghe, l’assalivano pensieri nel parossismo della trasformazione: «Come dar voce alla melodia dentro di me se ho rinunciato al canto? Chi m’ama, inebriato da saggio nettare, intonerà odi, e prodigo ogni anno celebrerà la scelta d’amore».

La Primavera non si era accorta di attirare l’attenzione dell’Alberuomo dalle profonde radici ma dalle rare appendici, che sembravano legnosamente piccole braccia o meglio alette di pollo. Forte e nodoso sopra ogni cosa desiderava volare, ma per quell’ossimoro radici-ali il Consiglio delle Scienze già si era pronunciato: nulla da fare!

La Primavera intenerita dal profondo desiderio  dell’Alberuomo suggerì di ricorrere alla scienza  del dottor Faustroll: la Patafisica.

D’incanto l’Alberuomo si accorse che quelle appendici se non per volare eran ottimo rifugio per sospironi, fiori dai mille colori i cui semi simili soffioni, però tutti luminosi, volitavano sorridendo. Mossi non da alito di vento, né da soffio umano si libravano quando la speranza era così forte che il desiderio si sarebbe realizzato.

Voi direte: «Ma quando?» Come si vede che non avete studiato! Già dalle elementari si riconoscono i tempi, che non sono quelli dati da Cronos o misurati da Planck, il Tempo è quell’attimo che si esprime in un desiderio, così, ad occhi chiusi e schioccando le dita. Proprio allora i semi di sospirone, illuminando come lucciole, notti buie e viaggiando con il loro sorriso per il mondo, avrebbero toccato le corde della vita per realizzare il sogno desiderato!

Di questo era ben conscia Giulietta anche quando la mamma si confondeva: «Povera mamma!». La mamma, come dire straparlava di cose senza senso o almeno che Giulietta proprio non riusciva a comprendere. Quando dispiaciuta si tappava le orecchie, più forte la mamma continuava ancora più confusa che non riconosceva neppure lei, Giulietta. Cosicché quando le sue mani tese non trovavano risposta, Giulietta le richiudeva, e poi lentamente pensava ai sospironi e con gli occhi chiusi, schioccando le dita, già sapeva che la storia che avrebbe raccontato, proprio tutti l’avrebbero capita. Fine.

—————————————————————————————————————1

 

 

4

 

 

5

 

 

arte di strada bellocchi

 

 

 

 

Foto della performance di Arte di strada
interpretata da Clea Scala
accompagnata dalla fisarmonica di Ascenzo Asseri

DiatryMa-tus Trita-totus per gli amici Gigi

DiatryMa-tus Trita-totus venne prima della preistoria, prima dei dinosauri, prima dei pterodattili; fu originato da uno speciale impasto cosmico primordiale: un insieme di cellule microscopiche mescolate ad un pizzico di terra, qualche lampo e una spolverata di farina di luna che rese speciale il suo piumaggio.

DiatryMa-tus Trita-totus fece la sua entrata sulla terra subito dopo il Big Bang: era uno splendore con le sue piume argentate che non si sporcavano mai, neppure con un filo di polvere! Sebbene non avesse una silhouette slanciata, il suo simpatico cipiglio e la sua lucentezza lo rendevano irresistibile; poteva nutrirsi di qualsiasi cosa senza risentire di alcuna intolleranza e invece delle puzzette produceva un’aria profumata: puro ossigeno e violette!

DiatryMa-tus Trita-totus sapeva che si sarebbe estinto: c’era solo lui così! Questo l’aveva potuto verificare in eoni di eoni-oni, ma a lui non importava. Dopo tutti questi eoni di eoni-oni aveva perso le sue lunghe piume: al loro posto crescevano peluzzi bianchi che lo facevano apparire abbastanza spennacchiato e un po’ attempato. All’inizio DiatryMa-tus Trita-totus era solo sulla terra e passava il tempo ad osservare, respirare e godere della natura circostante; in seguito, con l’arrivo di altre specie, ebbe un gran da fare. Di buon cuore, DiatryMa-tus Trita-totus s’impegnò a dare il benvenuto e a formare un comitato di accoglienza per i nuovi esseri; riscuoteva sempre un certo successo: da gran simpaticone qual era, fraternizzava facilmente, si faceva chiamare dagli amici Gigi e poi, con quel profumo di violetta ..

A dir il vero DiatryMa-tus Trita-totus aveva avuto un po’ di difficoltà con gli umani, non tanto a causa del suo raro aspetto, ma per lo spavento che creava loro, gli umani, quando cominciava a parlare. Molti letteralmente fuggivano gridando: «Un animale che parlaaaa!!!» e tutte le volte rispondeva furente: «Animale, chi!?». Su questo punto era proprio permaloso e non voleva intendere ragioni; soprattutto quelle di alcuni amici che cercavano di spiegargli, che loro, gli umani, a dispetto degli altri esseri viventi parlavano, mentre si spaventavano costatando queste capacità in un essere meno evoluto! «E VO LU TI !?» sillabava DiatryMa-tus Trita-totus gridando con sconcerto: «Perché invece di camminare a quattro zampe ora riuscivano a muoversi eretti su due? O perché parlando, parlando, parlando si erano definiti pensanti?»; e proseguendo tra sé: «Che sciocchi! Non capiscono il linguaggio degli altri esseri e si credono più evoluti!». In fondo DiatryMa-tus Trita-totus pensava che questi umani, più che evolversi erano regrediti: continuavano litigare tra loro ma nel nome del loro unico Dio; mentre altri idoli, di cui neppure si accorgevano, condizionavano  la loro esistenza. <<Sarà perché gli umani non hanno eretto loro degli altari?>> si chiedeva a volte ironico, e poi sorridendo tra sé <>.

DiatryMa-tus Trita-totus si svegliò un giorno con l’idea di concedersi una vacanza e nonostante fosse anfibio, per stare più comodo, decise di rilassarsi nel fondo del mare affittando un sottomarino. Non aveva voglia di rifugiarsi sulle cime della montagna tra i guru e i celebrati saggi e soprattutto non voleva essere trovato! Aveva visto tutto e l’opposto di tutto, aveva goduto del bello, si era inorridito del brutto ed ora ambiva al silenzio primordiale della sua prima infanzia.

La vacanza trascorreva tranquilla finché, il piccolo mare nel quale villeggiava, si prosciugò e il suo lungo silenzio primordiale venne interrotto dai forti gemiti che provenivano al di fuori del sottomarino. Nel cielo si era formata una cappa, una grossa cappa scura e puzzolente che non permetteva di respirare e sulla terra si era diffuso il panico: chi accusava il famoso buco dell’ozono; chi lo scioglimento delle calotte antartiche; chi si raccomandava agli Dei; chi, per tutte le porcherie ingurgitate, si era trasformato in palloncino aerostatico e non riusciva ad atterrare; strane teste apparivano nel cielo e si scontravano miseramente contro la cappa; elementi evanescenti si solidificavano. Insomma, c’era un gran marasma nel quale non ci si capiva più nulla e gli umani, soprattutto gli umani,  si lagnavano continuamente!

Dalla moltitudine di lamentosi si sollevò Ernesto, l’ultimo amico umano di Gigi, che pensò di reagire e poiché non era uno scienziato ma un gran praticone decise d’intraprendere l’unica cosa sensata rimasta, cioè fare qualcosa! Anzitutto decise di avvisare Gigi, poiché tutti sanno che “l’unione fa la forza”. Si mise tutto in ghingheri e lo chiamò; erano anni che i due amici non si vedevano e Gigi quasi non riconobbe Ernesto: era abituato a vederlo con la tuta da meccanico! Ernesto chiese a Gigi di aiutarlo a togliere quell’orribile cappa e Gigi, che voleva bene all’amico, accettò. Il passo successivo era quindi trovare una soluzione. Quale? Rompere la cappa col martello sembrava difficile e poi i pezzi sarebbero caduti in basso ed era troppo tardi per graduali azioni ecologiche: la catastrofe naturale sembrava ormai irreversibile; non si vedeva più la luce del sole ed alcune piante ed animali erano così avviliti che deperivano per tristezza. I pesci poi, si erano portati via l’acqua nel più recondito degli anfratti per preservarla dalla pioggia che scendeva giù tanto sporca da sembrare quasi lo scarico di una lavatrice! Inoltre, sembrava quasi che la cappa si alimentasse di tutto ciò che era schifoso: bugie, cattiverie, dispetti e soprattutto l’assenza si speranza e con tutti i lamenti che c’erano, s’ingrandiva sempre di più.

Pensando, pensando, Ernesto e Gigi, giunsero entrambi alla stessa conclusione: forse Gigi  poteva trasformare la cappa… Si! Perché Gigi ingurgitava qualsiasi cosa senza ammalarsi e per di più rilasciava nell’aria puro ossigeno e violetta che produceva costantemente con la digestione. Gigi poteva mangiare la cappa! Oltre alle piume però gli erano caduti anche i denti, quindi inizialmente con gran dispiacere di entrambi, dovettero scartare la loro idea migliore.

Ernesto era anche un gran testardo e non trovando una dentiera adatta a Gigi, pensò di costruire un aspira-sminuzza-trasforma-polverizza-tore in modo da evitare all’amico il problema di masticazione trasformando la cappa in una specie di poltiglia da assumere con la cannuccia come una bibita (per fortuna Gigi non aveva una gran sensibilità per i sapori!). Gigi contento della proposta di Ernesto, salì sopra il sottomarino e avvicinandosi allo aspira-sminuzza-trasforma-polverizza-tore cominciò a ingoiare, emettendo ossigeno e fragranze alla violetta.

DiatryMa-tus Trita-totus per gli amici Gigi -Olio su tavola – 60 x 80 cm

DiatryMa-tus Trita-totus per gli amici Gigi -Olio su tavola – 60 x 80 cm

L’aspira-sminuzza-trasforma-polverizza-tore era proprio una gran macchina perché aspirava, sminuzzava e trasformava così bene certe schifezze, come le bugie, i gas di scarico, i rifiuti delle industrie che quasi non sembravano tanto cattive.

Per fortuna che, mentre gli altri si abbandonavano al “pianto del coccodrillo”, Ernesto e Gigi si diedero da fare e la cappa piano piano stava diminuendo! Ernesto non lasciò Gigi un momento: preferiva stare accanto all’amico incoraggiandolo con tutto l’entusiasmo e l’affetto che poteva.

Come finì l’impresa? Non finì: Gigi ed Ernesto continuano tuttora a fare del loro meglio conservando la speranza che qualcuno alla loro estinzione, segua il loro esempio!

Fine

Storie a Strisce – Barrišnikov & il Cabaret Léger

Riflessi di realtà apparente. Claudia e il suo doppio 

«naître du matériau […] se nourrir des inscriptions, des tracés instinctifs.»              (nascere dal materiale […] nutrirsi delle iscrizioni, delle disposizioni istintive)                 (Jean Dubuffet)

Confesso. Il primo approccio all’arte di Claudia è stato da storico dell’arte consapevole della periodicità del fare artistico, delle influenze alle quali siamo soggetti: visioni, pensieri che si materializzano come fantasmi nelle tenebre, suoni ancestrali che percorrono le nostre fibre sensoriali, lasciando tracce esterne emblematiche sulla tela, nel pensiero, nei nostri comportamenti quindi nel ricordo.

Tutto questo rappresenta la storia con la “s” minuscola, quella, per intenderci, che tutti noi quotidianamente viviamo o subiamo in modo consapevole o inconsapevole, secondo i casi. In Claudia il confine tra l’essere artista, personaggio, maschera ambigua della quotidianità borghese è assai tenue. Claudia è tout court quello che rappresenta sulla tela: essere dai mille volti che vive di rappresentazioni affabulanti alle quali infonde vita con i colori da urlo espressionista. Scrive, dipingendo in forma diaristica. Le sue immagini sembrano possedere il dono della parola. “le Storie a Strisce” si configurano al contempo come scrittura profetica, prassi psicanalitica, pittura a sonorità polifonica. Quello che avveniva, con modalità mediatiche diverse, nei cantastorie o nei “griot” di africana memoria, negli sciamani delle culture altre; tutti, in ugual misura, depositari della memoria storica, cantori della vita e della morte: custodi del passato che ritorna ciclicamente nelle vesti dei fantasmi della coscienza. Le parole e le immagini, elementi simbolici della religiosità secolare, si dipanano per poi sedimentare al sicuro nella culla dell’immaginario collettivo. Esse trasmutano, divenendo microstoria e attualità militante.

Gli influssi nella parabola artistica di Claudia – regista e generatrice del teatrino dell’assurdo dove si muovono Barrišnikov, Il Rabdomante, Jonas il menestrello, e tanti altri – sono diversi: dalla letteratura onirica al cinema, dalla leggenda metropolitana gridata e graffiata dai writers alla nota estenuante del rap sub-urbano. La sua è una visione allegorica e disincantata di una infanzia edenica, vissuta nella dimensione mitico fiabesca che ben si presta alla “pièce” teatrale (il rito assolutorio, la catarsi per eccellenza). Il tutto filtrato e dosato dall’esercizio dell’autoironia, sferzante e inesorabile, in grado di offrirci una chiave di lettura attraverso gli infingimenti del sogno, nell’inquietudine parossistica del dovere essere quello che realmente non si è, o non si potrà mai essere. Piangere e rimpiangere. Ridere, svelarsi e celarsi, correre ed essere rincorsi…. All’infinitooooo ……..!!!!!!

Ad maiora ! Claudia.

Vorrei chiosare queste brevi note da storico dell’arte pedante, proclive al consiglio bibliografico, citando un libro scritto da Corrado Ricci, illustre archeologo e storico dell’arte, L’Arte dei Bambini, pubblicato nel lontano 1887: libriccino di fine Ottocento, quanto mai attuale e profetico, lo sarà anche per Claudia. Esso ci aiuta a capire meglio

l’evoluzione dei processi artistici che seguirono al Novecentismo, a ricordarci quanta infanzia sopravvive e si agita nell’adulto: artista inconsapevole, attore tragicomico del suo doppio. Buona lettura.

Roberto Cristini

Barrišnikov & il Cabaret Léger

Le Storie si rincorrono felici nell’universo: infinito nell’infinito; giocano e danzano le une con le altre mentre pochi temerari cercano di imbrigliarle: poveri! Puntualmente trascinati nel loro misterioso e fantastico mondo rimangono impigliati tra la musica e la luce!

In realtà, si è sentito dire che esse concedano il tempo di una nota o il tocco di un pennello…. Si, proprio così, ma a chi? Ai sorridenti dalle nobili intenzioni, che chiedano però… per favore!.

Ed ecco la sequenza di tante piccole note o di gouache creare il racconto, una piccola striscia dell’immensa Storia dove i personaggi a malapena entrano: il dado è tratto e il racconto si manifesta sulla terra , la striscia volge lo sguardo verso di loro, le Storie, proprio lassù, dove giocano a nascondino con le stelle.

Barrišnikov & il Cabaret Léger - Olio su carta - 60 x 250 cm

Barrišnikov & il Cabaret Léger – Olio su carta – 60 x 250 cm

Tutto era pronto per l’audizione e Barrišnikov si presentò con uno dei suoi più autorevoli e solenni barriti: era giusto che il direttore del Cabaret Léger facesse la sua entrata!

In gioco era il futuro del Cabaret Léger, ma questo futuro in fondo riguardava anche quello delle Arti dello spettacolo: tutti lo sapevano, perfino i musicanti di Brema, ma quella è un’altra storia…..

Con chi doveva sostenere l’audizione Barrišnikov e il suo Cabaret Léger?

Con il più Grande di tutti i grandi che avrebbe dovuto dare l’ok per una scrittura: l’“Orecchio di Van Gogh”!

L’“Orecchio di Van Gogh” era stato un semplice orecchio di pittore ed era contento, poteva perfino apparire nei suoi autoritratti; ma quando in un momento di smarrimento l’artista se lo staccò dal viso, l’“Orecchio di Van Gogh” già non si sentiva più utile e, sebbene fosse un po’ dispiaciuto (era affiatatissimo col naso, la bocca e gli occhi!), decise di realizzare la sua più profonda aspirazione: fare l’impresario. Non il merchant perché era molto più dotato per le audizioni; infatti in men che non si dica divenne il più Grande dei grandi. Aveva un fiuto o meglio, un intuito speciale per scoprire i talenti e il suo beneplacito avrebbe assicurato il futuro di chiunque influenzando il giudizio di tutti gli altri impresari che sarebbero stati disposti ad aprire le porte dei loro teatri.

L’“Orecchio di Van Gogh” era un semplice, nessuno conosceva il suo nome (anche se si è sentito dire che nell’intimità alcune orecchie lo chiamassero Oreste!) e, nonostante ormai avesse una posizione di tutto rispetto, non amava essere chiamato Eccellenza o Signoria Illustrissima, riteneva queste etichette futili, anzi preferiva essere chiamato proprio “Orecchio di Van Gogh” in segno di rispetto per l’artista e per le sue origini.

Ora, Barrišnikov, sebbene emozionato (non era di sangue freddo!), aveva molta fiducia nel giudizio dell’“Orecchio di Van Gogh”: se Il più Grande dei grandi era veramente intelligente e poderoso, come tutti sostenevano, avrebbe certamente compreso il senso del Cabaret Léger: trattare attraverso l’Arte dello spettacolo cose importanti, ma con leggerezza.

Del resto, non ci scordiamo che Barrišnikov altri non era che Surus l’elefante personale di Annibale che dopo aver attraversato le Alpi e aver aiutato a vincere numerose battaglie chiese al condottiero di rimanere in Italia, perché il suo più intimo desiderio era il Tip-tap e non la guerra!

Annibale, grato a Surus, diede la sua benedizione e preoccupato dell’attacco dei romani a Cartagine, corse via in Africa. Per fare prima, s’imbarcò clandestinamente proprio in una delle navi nemiche che facevano rotta verso la rigogliosa Cartagine (ma questa è un’altra storia).

Surus, cominciò a studiare il Tip-tap ma all’inizio alcuni professori e qualche alunno sbruffone, lo deridevano; non capiva, poi pensò che forse era per la sua mole e disse tra se “sono grande e per questo sembro grasso” troppo grasso per il Tip-tap! Non per niente si dice “sembri grasso come un elefante”.

Che sciocchezze! Surus al suo primo saggio risultava già il più talentuoso della classe e la prima volta che calcò la scena, per dare forza alla sua entrata, diede un barrito come per dire “sono quello che sono e se voglio riesco”: ottenne un successone! Il suo impresario gli fece i complimenti e gli suggerì di trovare un nome d’arte. Surus incontenibile per la gioia scelse il nome di Barrišnikov proprio in memoria di quel barrito che aveva anticipato il suo successo.

Ora chi meglio di un gigantesco elefante famoso ballerino di Tip-tap può dimostrare che si possono affrontare grandi argomenti con un’armoniosa leggerezza?!

Barrišnikov dopo trilioni di barriti, e dopo aver calcato i più grandi teatri del mondo, stanco di essere una star del Tip-tap, fece tesoro dell’esperienza accumulata e creò il Cabaret Léger, chiamando a se gli artisti speciali incontrati nella sua carriera.

Aderirono con entusiasmo quattro virtuosi estrosi: Carolina la capretta di Chagall, che a forza di essere dipinta per aria ormai voleva volare autonomamente e sopra ogni cosa (è proprio il caso di dirlo!) desiderava andare in tournée.

Tarlatan, la tartaruga spaziale (anche se originaria del Borgo di Giallonardo!) viaggiatrice delle galassie, poliglotta ed esperta nella comunicazione extraterreste.

Tarlatan ipnotizzava e il suo spettacolo era un vero e proprio spasso: vestiva con il suo casco spaziale e, nonostante conoscesse tutti i linguaggi e tutti i dialetti delle galassie, sulla terra balbettava ma così graziosamente che risultava assai divertente.

Scelto un volontario gli poneva la stessa domanda due volte, prima e dopo l’ipnosi perché quest’ultima induceva a dire tutta, ma proprio tutta la verità! Gli spettatori assistevano quindi a due risposte dell’intervistato una con tutte le sue riserve e l’altra (sotto ipnosi) profondamente autentica. Dopo lo spettacolo, il volontario si sentiva molto sollevato: aveva avuto la possibilità di dire veramente ciò che pensava!

Poi, c’era Chantal, che non gradiva essere indicata come la sorella gemella della famosa “Vache au nez subtil” di Dubuffet; ma diciamola tutta: proprio non digeriva i discorsi dell’artista sul ruolo della sorella nell’Art Brut e preferiva essere chiamata Chéri Chantal o Chantal Chéri. Chantal era nata étoile con quelle sue movenze eleganti e quel naso così sottile: per averlo come lei, le altre, dormivano una vita con una molletta dei panni sul naso!

Chantal aveva voglia di cambiare e preferiva tentare come soubrette del Cabaret Léger: in fondo era più divertente e poi, anche se conservava una linea invidiabile, dentro le sue scarpette da ballo proprio non ci stava più. Non voleva fare la fine di Scarpette rosse! (ma quella è un’altra storia).

Per ultimo: Libero, che si era stancato di dover sempre chiarire chi fosse, certo era difficile riconoscerlo: figlio di un lupo e di un’orsetta lavatrice!

Uffaaa questi luoghi comuni! È avvilente dover dare sempre le solite spiegazioni: il padre era un lupo, ma non di quelli cattivi e l’orsetta lavatrice, sua madre, era una femminista della prima ora!

Beh, non somigliava a nessuno perché la mamma e il papà venivano da popoli differenti: e alloraaaaa?!.

Alla fine era diventato schivo e, già timido, per non farsi notare si nascondeva dietro Chantal, che ogni tanto con la sua coda gli dava qualche buffetto di incoraggiamento. A coloro che con faccia tosta domandavano, egli semplicemente rispondeva col suo nome: Libero! Chantal completava la risposta sottolineando il mestiere di Libero: pensatore. Libero era il braccio destro di Barrišnikov, che con lui si consigliava per la sua calma e la sua lucidità. Libero era in grado non solo di far pulizia nel pensiero (dote che aveva ereditato dalla mamma), ma univa a questa qualità la velocità e l’acutezza del lupo (dote che aveva ereditato dal papà). Insomma eccoli là Barrišnikov, Carolina, Tarlatan, Chantal e Libero in questa audizione assieme in un bel coro: in fondo tutti loro erano il Cabaret Léger, al di là della parte di ciascuno!

Fine

 

Raimondo Rap

Filastrocca rap

Raimondo rap - Olio su tavola- 60 x 80cm

Raimondo rap – Tecnica mista su tavola –   cm 60 x 85

Gira gira in tondo Raimondo pel mondo,

ma sempre alla partenza finisce a ritornar

alla fine del mondo, al lupo suo amico

che buono ha disegnato,

non mangia le caprette

è goloso di crocchette

e invece di arraffare

preferisce da Dj mixare.

Se ti chiedi dove vai in tondo girerai.

Lo sai che già ci sei! Apri e gli occhi e stai!